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domenica, 01 aprile 2007
Se l'Italia fosse una Democrazia, alla visione di questa trasmissione, ci dovrebbero essere ferme smentite supportate da chiare prove documentali oppure ondate di dimissioni e di arresti.
In Italia una grande giornalista mette in fila i documenti che provano una commistione pericolosa tra potere economico, potere politico, servizi segreti e giornalisti pagati per alimentare falsi scandali E NESSUNO FA UNA PIEGA.
Se volete avere un'ispirazione per una possibile risposta, provate a vedere le 3 puntate di "W l'Italia" su "Pane e politica". Assolutamente bipartisan.
MG
PS Non amo il carrozzone della RAI, ma dubito che una televisione puramente privata, piegata solo alle logiche commerciali, avrebbe avuto interesse a spendere tempo e denaro per fare trasmissioni come queste. Al massimo, 4 o 5 minuti alle Iene o a Striscia la notizia, tra uno spot pubblicitario e un balletto della sgallettata di turno. Il tutto con applausi e risate della claque in studio.
Non sarebbe la stessa cosa.
lunedì, 05 febbraio 2007
"...nell’economia italiana esistono tendenze inerziali all’espansione della spesa pubblica che sono alla base della legittimazione stessa della classe politica, nella sua totalità. Una classe politica talmente screditata e imbelle da non essere in grado di offrire al paese un progetto per l’avvenire, bensì solo delle mance per comprarne l’acquiescenza. Fa sorridere ascoltare oggi l’ex presidente della Camera parlare di rigore e liberalizzazioni quando il suo partito, nella scorsa legislatura, è stato in prima linea nel rivendicare rinnovi contrattuali del pubblico impiego del tutto sganciati da qualsiasi considerazione di efficacia ed efficienza. Ma questa è la classe politica che ci meritiamo. L’unica speranza di cambiamento, come ripetiamo da tempo, è quella di un profondo trauma che costringa i politici a cercar riparo in una qualche forma di ”amministrazione controllata” della democrazia, ad opera di interventi tecnici che rimettano il paese nel mainstream dell’ortodossia economica globale, l’unica che può impedire il declino. Certo, si tratta di un vero e proprio commissariamento della democrazia, ma resta il minore dei mali in un paese da sempre strutturalmente unfit a gestire il proprio futuro."
Da Phastidio, qui.
Lungi da me l'idea di invocare l'uomo forte: di puzzoni e cinghialoni ne abbiamo già avuti abbastanza.
Tuttavia, la classe dirigente italiana, da Prodi a Berlusconi, da Bertinotti a Fini, da Tronchetti Provera a Della Valle è unfit a gestire il Paese: non sono capaci, perchè culturalmente vecchi, e non ne hanno intenzione alcuna, poichè provvisti di una propria agenda da seguire, fatta di interessi particolari e locali, di classe e di partito.
Sarebbe ora di cambiare. Ma, come nel 1992, nulla succederà prima di una crisi.
Purtroppo.
MG
mercoledì, 31 gennaio 2007
Ogni giorno veniamo a sapere dell'ennesimo scandalo, della nuova truffa all'ombra della legge, della reiterata cattiva amministrazione della cosa pubblica. Ogni settimana, il buon Gian Antonio Stella scrive sul Corriere pagine sulla furberia di qualche dipendente pubblico, delle false promesse della classe politica di ogni colore, promesse ai limiti della legalità formale e ben oltre il più netto confine dell'onestà intellettuale.
E nessuno dice nulla, nessuno si scandalizza.
La cattiva amministrazione, le furberie, le false promesse pronunciate spesso per difendere qualche affare di dubbia liceità sono ormai "every day business". Il cittadino non si scandalizza e il politico non ritiene neppure di dovere fare sapere all'opinione pubblica le ragioni del suo fallimento.
Cuffaro dona 500mila Euro ad una squadra di rugby? E allora?
Dopo una ventina d'anni dalla progettazione il ministro Bianchi dice che c'è ancora bisogno di in pochino di tempo per riflettere sulla TAV? So what?
Il politicante di turno invoca l'italianità di Alitalia senza spiegare cosa pensa di una società che perde più di un milione di Euro al giorno? Dove è il problema...??
Si inganna e si è ingannati nella più assoluta normalità.
Un Paese che non si scandalizza è un Paese che ha perso gli anticorpi contro la disonestà della sua classe dirigente.
MG
aka Ottimistainformato
lunedì, 06 febbraio 2006
IL MIO DISPREZZO
Sono parole amare quelle che seguono, un "messaggio nella bottiglia" nel mare dell'informazione digitale. Segnano una resa alla triste realtà del Paese.
Il mio disprezzo va a tutta la classe dirigente italiana. Al cosiddetto "centrodestra", assolutamente disinteressato ai destini del Paese, focalizzato esclusivamente a proteggere i privilegi di pochi a scapito del bene di molti. La mia disistima va all'attuale governo, privo di una politica economica degna di questo nome, ma attento a generare delle assurdità giuridiche che offendono l'onestà degli Italiani. Il mio giudizio negativo va verso Silvio Berlusconi, sceso in politica solo quando non c'era più nessuno che lo facesse per lui, grande ammaliatore delle folle, ma incapace di andare oltre una semplice politica di marketing.
Al cosiddetto "centrosinistra", incapace di inchiodare il governo alle sue molteplici colpe ma in grado di alimentare una collusione importante tra la politica di sinistra e certe frange del mondo degli affari. Il mio disprezzo va verso i leader del centrosinistra, incapaci di mettersi d'accordo sugli argomenti più semplici, tesi a difendere i loro interessi di bottegai rispetto ai bisogni del Paese. Soprattutto, li disprezzo perchè non sanno convincermi che con loro tutto sarà finalmente diverso: se va bene, sarà solo un po' meno peggio.
In generale, disprezzo una classe dirigente vecchia nell'anagrafe e nella cultura, formatasi in un mondo che non c'è più ma attaccata al potere come non mai. Disprezzo una classe dirigente che sta scaricando sulle future generazioni il peso immane dei loro errori di programmazione economica, sociale e previdenziale. Disprezzo una classe dirigente che distrae l'opinione pubblica con questioni di terz'ordine (partiti unici democratici e non, conferenze programmatiche, etc) mentre il mondo modifica la sua struttura alla velocità della luce e spinge il Paese ai margini.
Con Ciampi che lascerà il Quirinale tra pochi mesi, non so a chi guardare per avere una speranza.
C'è un grande deserto di fronte a noi, e la traversata sarà lunga e faticosa.
MastroGeppetto aka MG aka OttmistaInformato
martedì, 20 settembre 2005
Repubblica di oggi riporta, tra le altre, le seguenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi:
"E' immediata la necessita' di un ritorno al sistema proporzionale in quanto esisterebbe un'emergenza tecnica verificata dai sondaggi".
Traduzione: gli ultimi sondaggi danno la Casa delle Liberta' indietro dai 7 ai 9 punti percentuali rispetto all'Unione. Visto che con l'attuale legge elettorale non vinciamo urge un cambiamento rapido ed immediato delle regole del gioco.
Con buona pace di tutti quegli italiani che hanno massicciamente votato per l'introduzione del maggioritario e l'abolizione delle preferenze multiple. E senza alcuna vergogna.
"L'uso della libertà
minaccia da tutte le parti
i poteri tradizionali,
le autorità costituite,
l'uso della libertà
che tende a fare
di qualsiasi cittadino
un giudice,
che ci impedisce
di espletare liberamente
le nostre sacrosante funzioni.
Noi siamo a guardia della legge
che vogliamo immutabile,
scolpita nel tempo.
Il popolo è minorenne,
la città è malata:
ad altri spetta il compito
di curare e di educare,
a noi il dovere di reprimere.
La repressione è il nostro vaccino,
repressione è civiltà."
tratto da "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto", 1970, regia di Elio Petri, con Gian Maria Volontè.
Un film immenso, assolutamente imperdibile, animato da un grandissimo ed indimenticabile Volontè.
Sono passati 35 anni, e questo "manifesto" resta attuale.
Ora come allora c'è chi si chiama al di sopra della legge e rifiuta il giudizio della società civile.
Ora come allora, c'è chi si sente investito del potere di guidare il popolo "minorenne" verso obiettivi politici e morali
che lui stesso ha deciso essere i più giusti.
Ora come allora bisogna fare uso della libertà per trasformarsi in giudici.
MG
MastroGeppetto
Ottimistainformato
lunedì, 05 settembre 2005
Leggo su Repubblica.it la seguente notizia:
Fiorani sara' il capo della Grande Banca Padana. La Lega vuole la banca padana e la vuole in fretta. Nel giro di pochi mesi.
Fazio sarebbe il garante dell'operazione e Fiorani l'amministratore delegato della nuova banca.
Lo stesso Fiorani che e' indagato per avere violato le regole del corretto funzionamento dei mercati, mentendo a Consob e Banca d'Italia.
SI attendono smentite.
I principali quotidiani ed i piu' autorevoli commentatori sono concordi nel definire la bozza di riforma delllo statuto della Banca d'Italia appena approvata dal Consiglio dei Ministri come una occasione sprecata, un altro capitolo nella storia dell'inutilita' della coalizione di governo.
La riforma proposta prevede infatti che le decisioni siano prese dai vertici della Banca in maniera collegiale e giustamente elimina il vizio formale (ma non cosi' sostanziale) della proprieta' di Bankit da parte del settore bancario. Quello che la riforma non fa tuttavia e' trasferire il potere di controllo della concorenza sul settore bancario all'Antitrust e non affronta il problema della successione del Governatore.
Ovvero le due cause principi dei guai che stanno affliggendo la banca centrale ed affossando la credibilita' del governo e del Paese.
La riforma si applichera' infatti a partire dal prossimo Governatore. Ed il Presidente del Consiglio, seguito a ruota dal Ministro del Welfare Maroni, ha gia' invitato chiaramente il dott. Fazio a resistere saldo al suo posto e a non dimettersi. Perche', spiega, se uno ha la coscienza a posto non ha motivo di dimettersi.
Al Governatore non e' parso vero: "Resto al mio posto, e' questa la mia responsabilita'"
L'on Berlusconi non sembra quindi in grado di concepire che possano esistere dei criteri oggettivi per valutare l 'operato professionale del Governatore (si veda a questo proposito il commento di Onado pubblicato qui) ma e' sufficiente un veloce esame di coscienza per un'altrettanto rapida autoassoluzione. Fazio come Imputato giudice e giuria.
Stupidi noi che ancora ci meravigliamo.
La farsa tuttavia non finisce qui. Mentre Forza Italia e Lega Nord applaudivano il dott. Fazio, i rimanenti "alleati" Udc ed An invitavano, rapidamente e in ordine sparso, il dott. Fazio a fare un passo indietro. Il Ministro dell'Economia Siniscalco prevede addirittura passi formali per costringere il Governatore a lasciare Palazzo Koch (qui).
Ma se su le scontate dichiarazioni di Forza Italia e Lega Nord i commenti sono superflui (per un'ulteriore conferma della bassa qualita' dei nostri ministri si veda l'intervista al Miinisto per le Riforme Roberto Calderoli sul Corriere di oggi), l'atteggiamento del Ministro Siniscalco lascia alquanto a desiderare.
Il dott. Siniscalco ha avuto non una ma due occasioni per far pesare la sua opinione ed esprimere il suo dissenso nelle corrette sedi istituzionali: il Cicr ed il Consiglio dei Ministri. La sua presenza ed il suo voto hanno contribuito ad approvare quella riforma che ora lui stesso condanna.
Il ministro tecnico Siniscalco dovrebbe quindi iniziare a chiedersi se anche la sua credibilita' non cominci a scricchiolare e se non sia ora di lasciare con almeno l'onore delle armi la sua esperienza di Governo .
Concludo con una considerazione: il futuro professionale del Governatore e' appeso al filo del successo elettorale della Casa delle Liberta'. Quanto ci metteranno gli onorevoli del centro-destra a passare all'incasso di questa cambiale in quella che si preannuncia come una delle piu' combattute ed accese campagne elettorali della storia italiana?
Riportiamo qui sotto un articolo del prof. Marco Onado (collaboratore abituale de Il Sole 24 Ore) apparso recentemente su lavoce.info che descrive in dettaglio i mali causati al Paese e al mercato dagli atteggiamenti malsani del Governatore della Banca d'Italia.
" Non è ancora chiaro quale sarà il finale della storia della scalata ad Antonveneta, soprattutto dopo la clamorosa iniziativa della magistratura di procedere al sequestro delle azioni della banca padovana e alla sospensione da ogni incarico societario di Gianpiero Fiorani, del suo direttore finanziario Gianfranco Boni, di Emilio Gnutti e di Stefano Ricucci.
Se il finale della storia è incerto, la morale che si può trarre, anche guardando solo al capitolo della scalata di concerto, comincia a essere chiara: può essere riassunta in quattro punti che riguardano il principio di italianità in nome del quale si è combattuta la battaglia, il rispetto delle regole dimostrato dai contendenti, il collegamento con le altre scalate del 2005, il ruolo delle istituzioni, in particolare della Banca d’Italia, che avrebbero dovuto fungere da arbitri della contesa.
Il principio di italianità
Fin dal momento in cui si è delineata la volontà di Abn Amro di assumere il controllo di Antoveneta è stata sventolata la sacra bandiera dell’italianità, cioè della difesa del controllo italiano delle banche. La stessa accoglienza è stata riservata all’offerta per Bnl avanzata dagli spagnoli del Banco di Bilbao Vizcaya. Una parola d’ordine avallata dalla Banca d’Italia e subito ripresa con compunta determinazione dal mondo politico. In quei giorni, dichiarazioni favorevoli ad un’aggregazione pilotata da Fiorani e soci sono state rilasciate da esponenti di un arco politico molto vasto. Nessuno però, e tanto meno Fiorani, si è mai dato cura di dare un contenuto più preciso a questo vuoto concetto. E così le lodi del "radicamento territoriale" oppure i solenni richiami alla "attenzione all’apparato produttivo locale" sono rimasti nel campo dei luoghi comuni. Esattamente come era successo quando si voleva difendere a ogni costo la "meridionalità" del Banco di Napoli o del Banco di Sicilia.
I documenti ufficiali, compreso il carteggio con la Banca d’Italia fanno riferimento a un’altra dimensione dell’italianità, che però ha poco a che vedere con gli interessi generali. Bpl dichiara infatti nella sua lettera dell’11 febbraio all’autorità di vigilanza di agire "su sollecitazione di imprenditori locali". Chi? Forse quelli che partecipavano alla cordata e/o quelli che si accingevano a spartirsi qualche centinaia di milioni di euro guadagnati con l’uso disinvolto di informazioni riservate.
L’unico localismo che emerge in questa vicenda è quello dei rapporti preferenziali fra una banca (meglio: un banchiere) e una serie di soggetti che ne traggono pingui tornaconti personali. Si tratti dei trentacinque clienti come l’imprenditore agricolo Carlo Baietta o dei nuovi immobiliaristi, il copione è sempre quello dei clienti privilegiati, come era avvenuto nel caso Bipop e, risalendo per li rami, alla famigerata "lista dei 500" delle banche di Sindona.
Non è un caso che Emilio Gnutti dichiari alla Consob di essersi dissociato dal patto di sindacato di Antonveneta anche perché il nuovo management dell’istituto padovano gli aveva chiesto di rimborsare il fido ottenuto. Le condizioni di favore sono evidentemente considerate come un atto dovuto nei confronti degli azionisti di riguardo, con tanti saluti ai conflitti di interesse e alla particolare prudenza con cui dovrebbero essere realizzate le operazioni con parti correlate. Alcuni soggetti sono dunque convinti che a loro le regole si applicano con molta elasticità. E infatti uno dei protagonisti negativi della vicenda continua a sedere imperterrito nel consiglio di amministrazione di una grande banca (Gnutti, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena) nonostante una condanna in primo grado per insider trading: con la nuova normativa sarebbe ipso facto causa di perdita dei requisiti di onorabilità necessari per far parte dell’organo amministrativo di una banca.
L’italianità in sé interessa dunque ai suoi sostenitori quanto la riconquista del Santo Sepolcro premeva a coloro che predicavano le crociate, mossi, prima che da nobili motivi spirituali da ben più concreti interessi commerciali e di potere.
Il rispetto delle regole
Per conquistare Antonveneta, un boccone da quasi tutti gli analisti indipendenti ritenuto troppo grosso per una banca dalla crescita così intensa e così ricca di particolari inquietanti, Bpl ha violato sistematicamente le regole più importanti del mercato finanziario e della corretta gestione bancaria. È accertato che l’istituto guidato (fino alla sospensione) da Fiorani non ha rispettato le norme sui patti parasociali, cioè norme fondamentali di trasparenza del mercato del controllo proprietario. Il fatto che ciò sia avvenuto in un periodo così delicato come l’imminenza di un’offerta pubblica di acquisto rende la violazione ancora più grave: non a caso le cronache riferiscono di possibili reati di manipolazione di mercato. Le modalità con cui sono avvenuti gli acquisti da parte dei clienti eccellenti ha indotto la procura di Milano a ipotizzare anche il reato di insider trading. Infine, i fidi per oltre un miliardo di euro concessi in pochi giorni a tali clienti, senza garanzie, per operazioni che potevano essere fortemente rischiose, sono contrari alle buone regole della tecnica bancaria.
Le polemiche di agosto sui protagonisti della scalata ad Antonveneta sembrano per lo più improntate (anche da parte dell’opposizione) a criticare le intercettazioni telefoniche e la diffusione dei loro contenuti: la seconda carica del Paese ha affermato che non ritrovava in esse elementi di carattere penale o deontologico. Il punto non è affatto questo: le intercettazioni sono solo la forma colorita di una sostanza grave, già emersa negli atti di accertamento Consob e nel decreto di sequestro delle azioni. Questi documenti dimostrano che la scalata è avvenuta violando tutte le regole possibili di funzionamento del mercato finanziario e bancario e che il Governatore della Banca d’Italia ha avallato e sostenuto violazioni così gravi.
La delibera Consob di maggio aveva confermato che la Banca Popolare di Lodi e i suoi alleati avevano diffuso comunicazioni false a proposito delle azioni Antonveneta rastrellate in Borsa, in primo luogo non rivelando al mercato l’esistenza di un patto di sindacato. Tutto ciò ha alterato gravemente il quadro informativo e ha impedito agli azionisti della banca padovana di prendere una decisione consapevole sulle operazioni in corso. Si tratta di una violazione gravissima delle regole sulle offerte pubbliche e sul controllo societario. Non a caso Luigi Zingales ha ricordato che negli Stati Uniti uno dei protagonisti negativi del capitalismo rampante degli anni Ottanta era stato condannato perché nel corso di una scalata aveva intestato alcuni pacchetti azionari a società di comodo.
Se qualcuno nutre ancora qualche dubbio sulla gravità del depistaggio sistematico che è stato realizzato, si legga il seguente passo del decreto di sequestro delle azioni Antonveneta.
"Diffondevano (i soggetti indagati) le seguenti false notizie al mercato:
a) di non possedere né direttamente né indirettamente altre partecipazioni nel capitale sociale di Banca Antonveneta oltre a quelle specificamente indicate alle autorità e al mercato" (comunicati bpl del 9 e 16 marzo e del 6 aprile 2005);
b) che la "determinazione (di collocarsi fra gli azionisti stabili di Antonveneta) sarà assunta previa valutazione dei prezzi e delle quantità, compatibili con l’esigenza di non creare turbative al mercato. Tutto ciò ovviamente nell’ambito delle prescritte autorizzazioni" (comunicato del 12 aprile 2005);
c) che "l’attività di intermediazione per conto terzi sul titolo Bav svolta da Bpl nel rispetto formale e sostanziale delle vigenti disposizioni non ha alcun nesso con la partecipazione detenuta né tanto meno con pretesi accordi con gli attuali azionisti di Bav (comunicato del 16 marzo e del 6 aprile);
d) che non sono stati "stipulati accordi (opzioni, contratti preliminari, a termine o condizionati, accordi per gli acquisti o per il voto) aventi per oggetto le azioni Bav e di non aver concluso – in forma scritta o in altra forma – patti parasociali con azionisti della medesima banca (comunicati Bpl del 16 marzo e 6 aprile);
e) che secondo quanto deliberato dal cda di Bpl, "l’eventuale acquisto non dovrà comunque superare il 30%" (comunicato Bpl del 16 aprile);
f) che il gruppo facente capo all’imprenditore Ricucci definiva come destituita di ogni fondamento la notizia di stampa secondo cui il Gruppo avrebbe ricevuto da istituti bancari una finanziamento finalizzato all’acquisto di azioni Bav, ribadendo che l’acquisto era stato eseguito con mezzi propri;
così inducendo il mercato, nella convinzione che Bpl non avesse acquistato titoli (direttamente o per interposta persona) in quantità superiore al quella di volta in volta comunicata, che non intendesse superare la soglia di cui all’art. 106 tuf e che non esistesse un "concerto" come poi accertato da Consob con delibere del 10.5 e 22.7".
Gli interventi della magistratura, in particolare il clamoroso sequestro delle azioni del 25 luglio, dimostrano che vi sono ipotesi di violazioni ben più gravi e di rilievo penale. Ma da tempo sulla stampa si era parlato di ipotesi di insider trading e di aggiotaggio informativo e manipolativo. È vero che in questo caso (ma non in quello precedente) dobbiamo aspettare di saperne di più prima di giudicare, ma un conto è il garantismo, uno è il giudizio che è possibile esprimere fin d’ora sulla disponibilità di Fiorani e soci a rispettare le regole di funzionamento del mercato.
Il decreto di sequestro preventivo delle azioni offre un quadro circostanziato delle condotte di mercato addebitate ai cosiddetti concertisti:
avendo [Bpl] organizzato il rastrellamento di azioni Antonveneta:
· Mediante l’utilizzazione in prima battuta di diversi soggetti, persone fisiche, persone giuridiche,, e società offshore, sempre ed integralmente finanziati dalla bpl, con tassi inferiori a quelli normalmente praticati e non richiedendo nella maggioranza dei casi alcuna garanzia per l’apertura di credito;
· Occultando la reale motivazione della concessione dei finanziamenti ed in taluni casi anche il reale destinatario degli stessi, all’uopo avvalendosi di società off-shore e tra queste Garlsson Real Estate SA (riconducibile a Ricucci) cui veniva erogato da Bpl Suisse e con fideiussione di Bpl Scarl, un credito di 100 milioni di euro, fittiziamente destinato a finanziare un’inesistente operazione immobiliare, invece impiegato per l’acquisto di azioni Antonveneta;
· Interponendo per l’acquisto di azioni antonveneta fondi di investimento offshore tra i quali Generation Fund, finanziati direttamente anche tramite Bpl Suisse.
Le storie parallele
La scalata ad Antonveneta si è svolta contemporaneamente ad altri due raid borsistici che hanno reso incandescente il mercato finanziario italiano nel primo semestre del 2005: quella a Bnl e quella al Corriere della Sera. Ciascuna scalata, come le famiglie infelici di Tolstoi, fa naturalmente storia a sé, ma le coincidenze almeno fra quelle che riguardano le due banche sono inquietanti: coincide il sacro principio dell’italianità; coincidono i soggetti che orchestrano l’operazione; coincidono le banche finanziatrici; coincide il problema dell’acquirente molto più piccolo della preda. Il sospetto che si stia scrivendo un capitolo di "vite parallele" degno di Plutarco si fa sempre più robusto.
Unipol ha più volte dichiarato di avere un disegno industriale significativo e di essere in grado di dissipare i molti dubbi agitati dagli analisti sulla possibilità di creare valore in un’operazione che comporta costi finanziari elevatissimi e dal ritorno assai incerto, considerate anche le condizioni di debolezza della banca obiettivo (non certo risolte dall’ultima gestione, nonostante la presenza nell’azionariato di tutti coloro che si sono proposti per risolverne i problemi, a cominciare – va detto – dagli spagnoli del Banco di Bilbao). Ma se così non fosse, la nostra storia sarebbe solo un capitolo di una saga ancora tutta da scrivere e da meditare. Sicuramente saremmo di fronte a un’operazione di potere perfettamente analoga a quella su Antonveneta (e forse a quella su Rcs) cioè a un tassello del disegno che, come dice Edmondo Berselli, porta solo a "lottizzare posizioni nel circuito della rendita attraverso una pratica di accordi e alleanze trasversali".
Il ruolo degli arbitri
La Consob ha dimostrato di sapere agire prontamente, grazie anche ai maggiori poteri e all’azione coordinata con la magistratura derivanti dalla nuova legge (imposta dall’Europa) sugli abusi di mercato e soprattutto ha preso una decisione coraggiosa pochi giorni dopo l’assemblea di fine aprile che ha modificato il corso dell’intera vicenda. Ben diverso è il giudizio che si deve dare sull’operato della Banca d’Italia e soprattutto del Governatore Antonio Fazio.
In ogni concerto che si rispetti c’è uno spartito, un’orchestra, un solista e un direttore. La cronaca che abbiamo ricostruito dimostra che Fiorani è la mente che ha scritto lo spartito fin dai tempi della scalata alla Banca Popolare di Crema. È anche il solista che esegue i pezzi più difficili, ben seguito da orchestrali che sono anche suoi compagni di affari e che si sono esercitati in questa e altre esecuzioni con diligente entusiasmo. Rimane scoperto il ruolo di direttore d’orchestra e molti non esitano ad assegnarlo al Governatore della Banca d’Italia.
Già qualche mese fa, Alessandro Penati osservava che "l'aspetto incomprensibile della vicenda è l'atteggiamento del Governatore della Banca d'Italia: perché mette in gioco la reputazione personale, e quella dell'Istituzione, pur di appoggiare apertamente l'espansionismo di una banca così debole?". Dopo gli accertamenti della Consob e le prime indiscrezioni che filtrano dalle inchieste della magistratura, rispondere a questa domanda è ancora più difficile. Dal punto di vista formale, la Banca d’Italia ha finora dimostrato la correttezza del proprio operato sul piano amministrativo sia davanti al Tar, sia a Bruxelles, e ovviamente non si tratta di un aspetto secondario. Ma sul piano sostanziale la documentazione che abbiamo citato dimostra ampiamente che un progetto che aveva l’italianità come unico formale obiettivo, privo peraltro di alcun contenuto reale, è stato accolto con tale favore da ricevere autorizzazioni che hanno pochi precedenti nella storia bancaria italiana.
Tutto questo già dimostra che Bpl aveva violato regole di sana e prudente gestione, cioè l’essenza stessa della vigilanza di stabilità affidata alla Banca d’Italia. Non è né sano né prudente concedere in pochi giorni 1,1 miliardi di euro di finanziamenti a tasso molto basso e senza garanzie per investire in un’operazione rischiosa come una scalata societaria. I controlli interni della banca (la base della sana e prudente gestione come recitano le istruzioni di vigilanza) escono a pezzi da questo episodio; non è sano né prudente interporre schermi societari, per di più finanziati dalla banca; non è sano né prudente tacere al mercato operazioni che sono sicuramente effettuate con parti correlate. E molti di questi aspetti vengono citati nella relazione della Vigilanza dell’8 luglio sulla Popolare Lodi. La stessa relazione poi clamorosamente bocciata da Fazio, per dare comunque via libera all’Opas di Fiorani.
Un danno incalcolabile
Questo è il prezzo pagato per sostenere l’italianità del sistema bancario, l’obiettivo dichiarato dal Governatore e avallato dall’esecutivo almeno a partire dallo sciagurato "pranzo dello Sciacchetrà" di gennaio scorso (quando la scalata era già partita). Un mito che, come ha detto Ferruccio de Bortoli, si è infranto nel dedalo degli interessi anche personali di un gruppo di amici finanziati da Fiorani per acquistare titoli dell’istituto padovano.
È possibile che il Governatore abbia appoggiato la scalata senza sapere delle violazioni normative che Fiorani e soci stavano commettendo. Ma è gravissimo che una volta accertato questo aspetto fondamentale (da maggio, si ripete) egli abbia continuato ad appoggiarne il disegno fino alla autorizzazione decisiva all’Opas di Bpl su Antonveneta (il 12 luglio).
Quest’ultima decisione è stata presa contro il parere di due alti funzionari della Vigilanza. E, peggio, facendo ricorso al parere di tre esperti esterni, un fatto senza precedenti che ha aperto così un conflitto tutto interno a Bankitalia mai visto prima.
Che Fiorani abbia ricevuto un trattamento privilegiato è quindi nella vicenda stessa. Ed è anche questo un fatto grave, perché già prima che iniziasse la scalata ad Antonveneta si poteva stigmatizzare che un banchiere venisse presentato come il "pupillo di Fazio" o come l’autore di una crescita "sponsorizzata" da via Nazionale. Eppure queste sono le espressioni ricorrenti nella stampa da molti anni e ovviamente sempre più frequenti nel corso della scalata. Il danno che ne è derivato all’indipendenza della Banca d’Italia e alla sua capacità di essere super partes rispetto ai soggetti vigilati è incalcolabile, anche solo sulla base di questi aspetti. È inaudito che la seconda carica dello Stato affermi di non trovare nulla di "moralmente censurabile" nelle intercettazioni che hanno dato ulteriore evidenza a tutti questi fatti.
Come se non bastasse, qui si apre il capitolo più scottante: se nel corso della vicenda la Banca Popolare di Lodi abbia sempre rispettato i principi di sana e prudente gestione e in particolare i coefficienti patrimoniali che sono la base fondamentale della vigilanza prudenziale. Qui il giudizio è ancora sospeso, ma basterà mettere in evidenza almeno i seguenti aspetti.
a) la complessità della struttura di controllo e il frequente ricorso a strumenti di finanza derivata avevano indotto molti analisti indipendenti a formulare da molto tempo dubbi sulla consistenza patrimoniale effettiva di Bpl;
b) le acquisizioni passate avevano comportato emissioni obbligazionarie cospicue: la struttura del passivo di Bpl è molto diversa da quella del sistema bancario e tale, secondo Alessandro Penati, a farla assomigliare più ad un hedge fund che a una banca;
c) la ricapitalizzazione di marzo aveva comportato emissione di titoli ibridi che il mercato aveva accolto imponendo spread da junk bond;
d) la cessione di quote di minoranza delle società del gruppo Bpl a banche estere appare sempre più sospetta e tale da comportare un (oneroso) impegno di riacquisto da parte della banca;
e) è stato utilizzato uno schermo societario (Earchimede) inizialmente taciuto al mercato e poi rivelatosi riconducibile a uno dei componenti la cordata;
f) Moody’s ha declassato al livello D+ (cioè un gradino sopra il minimo assoluto) il suo giudizio sulla solidità finanziaria della banca e della controllata Efibanca.
Era sulla base di queste considerazioni che ben due capiservizio della Banca d’Italia ritenevano opportuno negare a Bpl l’autorizzazione ad assumere il controllo di Antonveneta. Per superare questa opposizione, Fazio ha usato una procedura anomala e irrituale. Anche in questo caso, il problema non è se la procedura sia difendibile sul piano strettamente formale, ma il vulnus che ne deriva per la credibilità esterna della Banca e per l’armonia del suo funzionamento interno.
Duole che sia adesso la magistratura penale ad avere la parola decisiva al riguardo. È auspicabile che, come è finora avvenuto sul piano amministrativo, sia possibile dimostrare la piena correttezza almeno formale dell’operato della Banca d’Italia. Ma sul piano sostanziale vale il vecchio detto di Talleyrand: "È più che un delitto; è un errore".
* Conclusioni dell'articolo di Vittorio Malagutti e Marco Onado che sarà pubblicato sul prossimo numero di "Mercato Concorrenza Regole", ed. Il Mulino. Uno speciale ringraziamento a Giuliano Amato per averci concesso l'opportunità di pubblicare in anteprima questo articolo.
giovedì, 01 settembre 2005
Riprendiamo dai quotidiani di oggi questi commenti del Ministro della Giustizia Roberto Castelli:
"...Davanti ai leghisti radunati ad Alzano Lombardo è stata ancora una volta ferma la difesa del ministro della Giustizia Roberto Castelli a favore di Antonio Fazio. "Rifiuto a priori che si debba scegliere un altro governatore della Banca d'Italia solo perché qualcuno ha trasmesso le intercettazioni telefoniche ai giornali e qualcun altro le ha pubblicate. La decisione - ha detto il ministro - non spetta a qualche direttore di giornale ma al governo. Noi governiamo e noi decideremo. Se avremo agito bene o male lo decideranno gli elettori". ..."
Ancora una volta l'ing. Castelli si mette in evidenza per la forza del suo intelletto e la finezza del suo pensiero.
Sappiamo (ed abbiamo gia' commentato (si veda qui) le iniziative del Ministro che renderanno un lontano ricordo le intercettazioni che hanno consentito al Paese di conoscere gli intrecci mefitici tra il Governatore e le banche da lui regolate.
Sappiamo anche, e per questa volta concordiamo con l'onorevole leghista, che saranno gli italiani tra non molti mesi a giudicare l' operato suo e del governo. Facciamo in modo che l'on. Castelli torni ad occuparsi di ingegneria lasciando argomenti come giustizia e magistratura a persone piu' competenti e con senso etico e dello Stato.
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